Breve (Non) Recensione su Redenzione di William Peter Blatty

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Buongiorno a tutte e tutti e ben tornati nella congrega del terrore e soprattutto ben tornati nella Libreria di Ripley.
Come promesso ieri oggi vi parlo di uno dei due libri che ho letto nel mese di ottobre e che si sono rivelati una piacevolissima sorpresa.

Redenzione

Ora mi sentirete ripetere le stesse cose, ma abbiate pazienza, ho una certa età e le fisse sono dure a morire. Adoro Blatty, adoro le sue descrizioni e il modo in cui riesce a renderle così reali. L’ho adorato con L’Esorcista, l’ho super adorato con Il Traghettatore e l’ho adorato, anche se un pochino meno, anche in Redenzione. Cercherò di non fare spoiler ma di parlarvene in generale così da non rovinare la lettura o creare troppe aspettative.
Penso di poter parlare liberamente, almeno per chi conosce lo stile di Blatty, dicendovi che anche questo libro ruota intorno ad una ricerca e crescita spirituale che oscilla tra il religioso e il mistero. Visto che me lo avete chiesto su Instagram, ve lo dico, la componente soprannaturale, horror non è così presente, almeno non per tutto il libro.

La trama è articolata perciò non è semplice darne due cenni senza fare alcuno spoiler, ma posso dirvi che tutto gira intorno ad un misterioso uomo dalle misteriose capacità. Chiaro, no?
La storia si divide in 3 parti – un numero a caso? -. La prima parte si svolge in Albania nel 1973 per poi spostarci l’anno dopo, nell 1974, a Gerusalemme dove rimaniamo anche per la terza parte che è dedicata al Rapporto Finale, la spiegazione di tutto.
Durante la storia vengono presentati e descritti vari personaggi, ognuno dei quali è a suo modo un protagonista, perché il collante alla base degli intrecci e ee storie è sempre e comunque un’ossessiva ricerca spirituale che Blatty descrive attraverso i pensieri dei suoi personaggi, donando carattere ed emozione a mano a mano ad ogni pezzo di storia, rendendola viva, dandole un’anima e facendo immedesimare il lettore nella vita del protagonista di quel momento, perché siamo tutti i protagonisti di una stessa storia nel momento stesso in cui la stiamo vivendo. Quando guardiamo un film, riusciamo a capire chi sopravviverà fino alla fine perché i personaggi vengono costruiti in modo da definire chi è il principale e quale invece è secondario e quindi “sacrificabile” ai fini della storia. Ma nella realtà, nella vita vera, non ci sono personaggi principali e altri sacrificabili.
Strutturando la storia in questo modo, e cioè dal solo punto di vista del personaggio, la narrazione non viene contaminata da quelle piccole parti soggettive che in un modo o nell’altro influenzano il giudizio di una o l’altra persona o che portano in qualche modo già ad immaginare cosa sta per succedere. La mancanza del narratore esterno che già conosce il destino dei protagonisti fa vivere il racconto in prima persona e non come semplice osservatore, e questa è una dote di Blatty che ho ritrovato spesso nei suoi libri e che me li ha fatti adorare.
Perciò per tutto il libro c’è un susseguirsi di protagonisti di una stessa storia che, all’inizio, può dare l’impressione di essere tanti pezzi scollegati tra loro, ma la storia stessa, la vita, è una e siamo tutti parte dello stesso racconto.

La mia parte preferita

Come sempre vi lascio la parte che mi ha maggiormente colpita. Sono due piccolissimi frase che però contengono un concetto enorme. Si sta affrontato la disperazione di un uomo e l’incertezza, o l’incapacità di comprendere quello che sta accadendo e quello che rimane è la consapevolezza che nonostante tutto il mondo continuà a girare e i giorni continuano a rincorrersi nel tempo.

Redenzione, pag. 102

Conclusioni

Nel complesso il libro mi è piaciuto, proprio per tutte queste cose che vi ho detto finora. Sicuramente è un Blattyu più maturo e più introspettivo, ma non temete, non perde il suo tocco crudo e macabro!

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