AMERICAN HORROR STORY: Asylum – 10 giorni in manicomio

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Nel primo episodio della seconda stagione facciamo la conoscenza di Lana Winters, giornalista omosessuale che riesce ad intrufolarsi all’interno di Briarcliff per poter intervistare Kit, accusato di essere Bloody Face – di cui vi parlerò lunedì prossimo.

Lana verrà ricoverata da suor Jude una volta scoperta la sua omosessualità, ai tempi considerata una malattia mentale.

Ma non voglio dilungarmi troppo nel racconto della puntata. Quello di cui voglio parlarvi è il personaggio a cui è ispirato Lana Winters: Nelly Bly.

Questa non è una storia horror o macabra. E’ la storia della prima giornalista investigativa e che nel 1887 si è fatta rinchiudere per 10 giorni nel manicomio femminile sull’isola di Blackwell – oggi isola di Roosevelt – nell’ East River di New York.

Elizabeth Jane Cochran alias Nellie By

Elizabeth Jane nasce nel 1864 in Pannsylvania. Come detto nell’introduzione, diventa la prima giornalista investigativa donna e firma i suoi articoli con lo pseudonimo di Nellie Bly, dal titolo di una canzone di Stephen Foster.

Nellie Bly diventerà famosa per aver completato il giro del mondo menzionato da Jules Verne in meno di 80 giorni. Ce ne metterà appena 72, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi. Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Nel 1887, all’età di 23 anni, Nellie si finge malata mentale e si fa ricoverare nel manicomio femminile dell’allora isola di Blackwell.

I dieci giorni in manicomio

Entra come Nellie Brown su richiesta del New York World per indagare sulla pessima reputazione di cui gode il manicomio.

Nellie si reca in una casa di accoglienza per donne lavoratrice e inscena la reazioni di un malata mentale. Viene così scortata dalla polizia e dalla responsabile della casa di fronte ad un giudice che richiede che venga sottoposta ad una visita medica. Risulta malata mentale e viene trasferita in carrozza all’ospedale di Bellevue dove verrà visitata una seconda volta.

A quei tempi non è raro che le donne vengano chiuse in centri psichiatrici perché povere o perché reagiscono alle avance maschili, quindi Nellie si trova al Bellevue con altre donne sane quanto lei, colpevoli di essere straniere e non essere in grado di comprendere le domande e parlare in inglese. Infatti, il medico le chiede se è una “donna di strada” per poi dichiararla demente con bisogno di assistenza immediata e il trasferimento al Blackwell dove verrà ricoverata “a vita”.

Nellie continuerà a fingersi malata fino al manicomio dove la messa in scena finirà e tornerà a comportarsi come sempre. Questo, però, le causerà ulteriori problemi perché più lei si comporta in modo razionale più i medici la trattano da malata con metodi bruschi e violenti.

Fin dal suo arrivo Nellie capisce il degrado della struttura. Le finestre vengono lasciate aperte a far entrare l’aria gelida. Le altre pazienti intorno a lei sono livide dal freddo e piangono o parlano da sole. Il cibo consiste in una brodaglia con del pane raffermo e burro nauseabondo e qualche frutto mezzo marcio.

Ogni settimana le pazienti fanno il bagno, e con “fanno il bagno” intendo che vengono malamente spogliate e letteralmente gettate in una vasca piena di acqua fredda e sporca. Una volta fuori, ancora bagnate, viene infilata loro una camicia di flanella.

La routine delle giornate è sempre la stessa. La sveglia è fissata alle 5:30, ci si lava e ci si asciuga con due coli asciugamani (tenete conto che le pazienti internate sono circa 1600), la colazione consiste nel solito te, pane con burro rancido e frutta marcia. Dopo colazione alle pazienti vengono assegnati i lavori da svolgere: pulizie delle camere delle infermiere, fare il bucato etc Finite le faccende si esce in cortile per la passeggiata giornaliera, a prescindere dal tempo e dalla temperatura. In quel momento Nellie può vedere le altre donne ricoverate negli altri padiglioni e ben presto scopre che il giardino del Blackwell non è un posto in cui potersi svagare e respirare un po’ di aria fresca perché è severamente vietato calpestare il prato o raccogliere anche solo una foglia se non si vuole finire in cella di isolamento o venire picchiata. Guardandosi intorno vede donne giovani, anziane, incatenate o chiuse nella camicia di forza, tutte con uno sguardo vuoto. Quelle che ha davanti scopre essere nient’altro che scorze vuote. Ma d’altronde come si può aspettare altrimenti da un inferno del genere? Anche chi entra sana dopo qualche tempo perde la testa.

All’interno del manicomio c’è una stanza comune in cui le degenti passano diverse ore. Sedute. In silenzio. Senza poter leggere o scrivere. Non possono alzarsi, chiacchierare o anche solo accavallare le gambe. Devono solo stare sedute dritte e zitte.

Ritorno alla società

Dopo 10 giorni di internamento, Nellie Bly viene condotta fuori dal Blackwell dove scriverà un articolo di protesta sulle pessime condizioni di vita in cui sono costrette a vivere 1600 donne. I successivi controlli però, trovano un ambiente diverso da quanto descritto dalla Bly. Il direttore, avvisato in tempo del sopralluogo, ha reso il posto più “vivibile” e ha consegnato alle pazienti dei vestiti in più rispetto alla misera camicia di flanella. Il cibo, che spesso veniva servito privo di condimenti, migliora, o quanto meno diventa mangiabile. In più vengono stanziati fondi per aiutare le persone con invalidità mentali. Ellie Bly ha aiutato molte donne vittime di un sistema di violenza e maltrattamenti, donne spesso colpevoli di essere povere, straniere o di aver a cuore il proprio onore, donne con effettivi problemi mentali che fino ad allora venivano trattate come dei rifiuti.

Su questa storia Ellie Bly ha scritto un libro intitolato Dieci giorni in manicomio – vi lascio il link Amazon alla fine dell’articolo – ed è stato dedicato un film 10 days in a Madhouse – trailer qui sotto.

Bene, questo è tutto. Il Briarcliff purtroppo non è solo fantasia ma rappresenta una delle tante tristi realtà che donne e uomini innocenti hanno dovuto affrontare.

Trailer 10 Days in a Madhouse

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